mercoledì 5 giugno 2013

Carne con carciofi

Questa è una ricetta classica della cucina ebraica romana.

Ingredienti (per 6 persone) :

10-12 carciofi
il succo di 2 limoni
250 g di carne di vitello macinata 2 volte
250 g di carne di manzo macinata 2 volte
7 cucchiai di parmigiano grattugiato
1 dl di olio extravergine d’oliva
2 ½ dl di brodo
sale e pepe
 
Al lavoro:

Pulire i carciofi eliminando le punte e le foglie esterne dure, immergerli, via via, in acqua acidulata con il succo di limone.

Mescolare in una ciotola le due carni con 1 cucchiaino e mezzo di sale, pepe a piacere e il formaggio.

Asciugare i carciofi, tagliarli a fettine sottili (eliminando il fieno ) e metterli in un’insalatiera. Condirli con l’olio, sale, pepe a piacere e mescolare bene. Adagiare i carciofi sul fondo di una pirofila della capacità di 3 litri.

Preparare con la carne delle “pizzette” bassissime e metterne una metà sopra ai carciofi.
Su queste mettere un altro terzo di carciofi e sopra l’altra metà della carne.
Terminare con i carciofi rimasti.

Scaldare il forno a 220°C.

Portare il brodo all’ebollizione e versarlo sui carciofi.
Mettere la pirofila sul fuoco (con sotto una retina spargifiamma) e riportare il brodo all’ ebollizione.

Passare poi la pirofila nel forno caldo per circa 1 ora, irrorando ogni tanto con il fondo di cottura. I carciofi devono diventare croccanti e coloriti.

                                                          Jo

da: 135 RICETTE DELLE SCUOLE DI CUCINA ITALIANA
                                             Fabbri Editore 1987

 

Jo Patterson Bettoja

Sono americana di Georgia, lo stato americano dove si mangia meglio e dove hanno un grande spazio i dolci.

Anni fa venni in vacanza in Italia, naturalmente anche a Roma dove mi innamorai della città, dove mi innamorai di Angelo che poi avrei sposato, dove mi innamorai del cibo che deliziava il suo palato e che aveva modo di conoscere al meglio perché ottimo cuoco e altrettanto ottimo conoscitore di vini, apparteneva, per giunta, a una famiglia di albergatori buongustai.

Ho anche seguito il consiglio della nonna: metti il marito in cucina…..

Con un’amica italiana aprii una scuola di cucina, lo SCALDAVIVANDE, molto frequentata anche dagli stranieri di passaggio, che chiedevano, magari, la ricetta di “mozzarella, pomodori e basilico” increduli che a rendere sublime il tutto bastasse solo un filo d’olio! Gli altri condimenti, il sole, e l’aria di questo paese, sono ingredienti che non si possono comperare! 

Ho girato tutta l’Italia alla ricerca di ricette e racconti che testimoniassero le grandi tradizioni e che ho raccolto in alcuni libri, senza mai dimenticare le mie origini insegnando nella scuola anche i piatti tipici americani e della mia Georgia.     

Hobby preferito da tutta la famiglia: il piccolo punto.

                                                                                                                                             Jo




Fulvia Sesani

Un ricordo per una brava maestra con grande “sense of humor

Aveva il gusto del sorprendere. Una pasta asciutta, un’insalata di pesce, un’anguria, Fulvia riusciva sempre a trasformarli in qualcosa di fantastico. La pasta confezionata a cupola finiva per somigliare a una specie di galassia siderale; gli scampi e i calamari erano le “stelle marine” di un cespuglio d’insalata fitta e riccia, l’anguria già sotto gli occhi dei commensali fin dall’inizio del pranzo, manteneva l’incognito camuffata da centro tavola fiorito poi, al momento opportuno, via il cerchio di fiori per lasciare scoperto il rosso anello succoso tagliato a fette, la frutta era servita.

Non era nata col bernoccolo della cucina, è stato un caso a indirizzare lei che si era laureata in farmacia: “sfogliavo un libro di ricette e pensai che sarebbe stato bello saper fare le stesse cose”.

Ne parlò al marito e cominciò. Sottopose a lui e alle amiche più fidate i suoi primi esperimenti e a un certo punto si ritrovò con un bagaglio di esperienze a disposizione e organizzò le sue prime lezioni. Nella sua bella casa veneziana, italiani e stranieri impararono anche il segreto per “consumare” a tavola un tempo diverso.

La sua cucina era un’officina dove si dilettava ad architettare nuovi piatti pensando al design. Cucinare con fantasia era diventato il suo motto e nel carnet aveva un lungo elenco di pranzi “a soggetto” fatti apposta per far spalancare gli occhi ai commensali. Dalla meraviglia.

                                                                                                                       Romana e Ada
 

lunedì 3 giugno 2013

Cannelloni Villa delle Ortensie

Ho recuperato questa ricetta dalla nostra comune amica Angela, l’avevo quasi dimenticata ma è una delle prime ricette che abbiamo imparato in quella scuola.

Credo che oggi si possa diminuire il quantitativo di uova.

Michi Ambrosi de Magistris Lettieri

Ricordo di una donna speciale

Si contano a decine gli anni trascorsi dal giorno in cui un gruppetto di giovanissime della “Napoli bene” presero la decisione di frequentare una Scuola di cucina, un po’ per passione, un po’ per avere il permesso di uscire - come era uso a quei tempi - qualche volta in più. Il nostro ingresso alla Scuola Alberghiera, che si teneva a Villa delle Ortensie, sulla collina di Posillipo, destò lo stupore degli altri partecipanti al corso: tutti ragazzi che volevano ottenere il diploma per poter, poi, esercitare il mestiere di Chef, che non comprendevano le ragioni che ci spingevano a sottoporci a tanta fatica pur non essendo spinte dalla necessità di lavorare.

Terminato il Corso, Michi ed io passavamo interi pomeriggi ad esercitarci nel preparare “gustosi” manicaretti che facevamo, poi, assaggiare al nostro gruppetto di amici che, con ironia tutta napoletana, il più delle volte esprimevano giudizi non proprio lusinghieri. Ma noi non desistevamo, anzi le critiche ci spingevano a migliorare e a ricercare sempre nuove soluzioni. Fu così che, con il passare del tempo, il passatempo si trasformò in amore e in passione per la cucina.

Io mi trasferii a Milano dove, realizzando un mio sogno, ho aperto - prima in Italia – la mia Scuola di cucina che ben presto divenne molto frequentata ed acquistò notorietà in Italia e all’estero dove, spesso, sono stata invitata a tenere dei Corsi di cucina italiana.

Il percorso di Michi all’inizio fu molto diverso ma con il trascorrere del tempo i misteriosi percorsi della vita portarono anche lei a rispolverare le vecchie ricette di Villa delle Ortensie, a scoprirne di nuove, tanto da arrivare a pubblicare un libro di ricette che ebbe un buon successo editoriale e ad aprire anche una Scuola di cucina. Questa volta però le ricette - sia quelle già testate che quelle di nuova invenzione - ebbero come “assaggiatori” i magnifici suoi otto figli che aveva messo al mondo con il suo LU. E credo che non vi possa essere miglior attestato della bontà dei suoi manicaretti di quello che la “brigata” dei suoi ragazzi possa dare!

Le sue ricette, il modo garbato con cui dava i suoi insegnamenti, un’istintiva capacità di ritoccare ricette antiche della cucina italiana e napoletana (memorabile il suo timballo di maccheroni in crosta di pasta frolla dolce), ne fecero ben presto a Napoli una prima donna della cucina. Di lei noi amiche, che avemmo la fortuna di accompagnarla nel percorso della sua vita agro-dolce, serberemo sempre il ricordo e la gratitudine per quello che ha saputo insegnarci… e non solo nelle ricette di cucina.

                                                                                                                                              Ada

Cheese Cake Bianco e Nero


Ingredienti per la base:
100 g di biscotti secchi sbriciolati
30 g di nocciole tostate e tritate
1 cucchiaio di cacao
zucchero se necessario
75 g di burro

Ingredienti per il composto:
100 g di cioccolato bianco
100 g di cioccolato fondente
200 g di panna densa
4 uova
450 g di formaggio crescenza o Philadelphia
50 g di zucchero semolato

Altri ingredienti:
scaglie di cioccolato

Al lavoro:

Amalgamare gli ingredienti per la crosta e mettere l'impasto sul fondo e i lati di uno stampo di 24 cm di diametro foderato con carta d'alluminio imburrata. Far rassodare in frigorifero per alcune ore.

Sciogliere separatamente, a bagnomaria, il cioccolato bianco e quello fondente.

Lavorare nel robot il formaggio, lo zucchero, le uova, la panna e suddividere il composto in due ciotole: in una amalgamarvi il cioccolato bianco e nell'altra quello fondente.


Alternare i due composti nello stampo preparato e cuocere in forno preriscaldato a 200° per circa 40 minuti. Controllare la cottura prima di togliere il cheese cake dal forno.

Far raffreddare, sformare, conservare in frigo coperto con pellicola, cospargere con le scaglie di cioccolato e servire freddo ma non troppo.

Ada

Cheese cake al caffé

Ecco una ricetta di cheese cake un po' insolita perché si usa la crescenza.
 
Ingredienti (per 8/10 persone) :

120 g di biscotti (anche ritagli di torte secche)
1 cucchiaio di zucchero semolato
75 g di burro freddo
1 cucchiaio d’acqua
225 g di cioccolato bianco
4-5 cucchiai di caffè liofilizzato
200 g di panna densa
5 uova intere
100 g di zucchero
450g di crescenza
1 cucchiaio di farina

Per decorare: cioccolato bianco e nero

Recipiente per la cottura: stampo rotondo apribile di 22-24 cm di diametro, a bordi alti, con il fondo foderato con carta d’alluminio. Imburrato e infarinato.

Cottura: in forno ventilato pre-riscaldato a 190° per circa 30 minuti.
 
Al lavoro:

Ridurre in polvere nel robot le fette biscottate, unire il burro a pezzetti, lo zucchero e azionare l’apparecchio fino a ottenere un impasto sbriciolato. Aggiungere l’acqua, se necessario.
(E’ possibile, dopo aver polverizzato le fette biscottate, amalgamare il tutto a mano in una terrina adoperando burro leggermente più morbido)

Pressare l’impasto sul fondo dello stampo preparato e porlo in frigorifero per almeno 30 minuti oppure in freezer per un tempo inferiore.
Sciogliere il cioccolato a bagnomaria. Scaldare la panna e con questa diluire il nescafé; fare intiepidire.

Lavorare nel robot le uova, la crescenza, la farina e lo zucchero, aggiungere la panna al caffè e da ultimo il cioccolato fuso.

Continuare la lavorazione nel robot finchè il composto sarà perfettamente amalgamato e ben montato.

Togliere lo stampo dal frigorifero o freezer, versarvi il composto e cuocere come indicato.

Fare raffreddare completamente, sformarlo su disco di cartone e capovolgerlo sul piatto da portata. Coprire e mettere in frigo.
Servire freddo (toglierlo dal frigo almeno 15 minuti prima), decorato con cioccolato bianco e nero.

                                                                                                                                             Ada
 

sabato 1 giugno 2013

Perché una serata d'autunno sia un successo..



Colori sfumati, toni pacati, sapori che diventano più intensi di giorno in giorno. La stagione cambia e i cambiamenti si notano anche in cucina. I piatti di carne prendono il posto di quelli di verdura, le cotture più elaborate e lunghe hanno la meglio su quelle fresche e semplici della stagione passata. Anche se ormai è possibile trovare di tutto durante tutto l’anno, forse proprio la cucina dovrebbe essere l’orologio, il calendario delle stagioni che si alternano. 



L’autunno è una stagione intermedia, le giornate si fanno più brevi e fresche e come tale forse un pò melanconica, brumosa ed umida, iniziano i primi freddi e cambiano le nostre abitudini, e allora per contrastare queste sensazioni riunite i vostri familiari o gli amici più cari e preparate per loro una “serata d’autunno” con tutto il vostro affetto e disponibilità e fate sì che anche questa sia un successo!! per questo organizzate una serata curata sì, ma tranquillamente informale. L’atmosfera che contraddistingue una serata informale è la semplicità, la spontaneità e il calore della vostra accoglienza, calore che si riflette anche sulla tavola.

L’apparecchiatura della tavola è molto importante ma non è la protagonista della serata. E’ la preparazione a un evento, è lo scenario che accoglierà sia il cibo da voi preparato e sia i vostri ospiti.

I colori autunnali sono dominati dal giallo, dal rosso, dal marrone e dall’ambra e dalle loro sfumature infinite e calde. Gli stessi colori si ritrovano a tavola e per questo motivo si è scelto di apparecchiare la tavola con una tovaglia che richiami questi colori. La tovaglia viene appoggiata su di un mollettone, invisibile alla vista, ma confortevole nella sua morbidezza: proteggerà il tavolo, attutirà i rumori degli oggetti che vi si posano, faciliterà la “caduta” della tovaglia. La tovaglia deve essere ben stirata, senza pieghe e che scenda almeno e non oltre i 30/40 cm dal bordo del tavolo. 

I tovaglioli è preferibile piegarli in maniera molto semplice, meglio a rettangolo. Vanno collocati accanto al piatto e non “sul” piatto né sotto le posate (si obbligherebbe i commensali a spostarle per poi rimetterle a posto), a destra o a sinistra, a piacere. Sono da evitare le forme fantasiose.

Lo spazio tra un commensale e l’altro sia di circa 40/60 cm, di meno crea confusione, di più rallenta e ostacola la conversazione.

Le posate vanno poste al posto che le spettano in rapporto ai gesti che si fanno, in base al semplice principio della funzionalità, quella posizione è l’unica che permetterà ai commensali di compiere gesti naturali: coltello a destra del piatto, con la lama rivolta verso il piatto, perché è con la mano destra che generalmente lo si impugna, poi, se necessario il coltello per il pesce, per finire il cucchiaio (se avrete preparato un piatto che lo richiede). Forchetta a sinistra, meglio se due. All’estrema sinistra, se previsto dal menù, la forchetta da pesce ed ancora più esterna, la forchetta per l’antipasto. In Italia e in Inghilterra si usa poggiarle con i rebbi rivolti verso l’alto, in Francia, verso il tavolo, retaggio dell’antica abitudine di far leggere le iniziali della casa.

Per la frutta, in alto, sopra il piatto va posto prima il coltellino con l’impugnatura a destra e la lama rivolta verso il piatto, poi la forchettina con l’impugnatura a sinistra. Nel caso in cui fossero necessari, la forchettina da dolce va posta oltre quelle da frutta, verso il centro del tavolo, con l’impugnatura a sinistra e il cucchiaio da dessert, ancora oltre, con l’impugnatura a destra. Se si serve un dolce, tipo crostata di frutta, o altro dolce simile, si aboliranno le posate da frutta, che verranno sostituite dall’apposita forchettina, con l’impugnatura a destra. Stessa posizione per il cucchiaino da gelato.

Le posate da usare per prime sono le più lontane dal piatto.

Al centro della tavola un bouquet: i fiori profumati (come le gardenie) sono sconsigliati, le composizioni meglio basse, meglio evitare fiori che arrivano all’altezza degli occhi e ostacolino la conversazione. Le composizioni saranno ovali se il tavolo è ovale, tonde se, invece, il tavolo è tondo o quadrato.
I bicchieri: sulla tavola, anche la più semplice, bisogna disporre almeno due bicchieri: uno di dimensioni maggiori, per l’acqua, anche colorato, e uno più piccolo per il vino.

Vanno collocati in alto, a destra del piatto, perché è con la mano destra che in genere si beve, posizionati in direzione della punta del coltello. Partendo da sinistra la posizione è: acqua, vini rossi, vini bianchi, in diagonale, partendo dal bicchiere per l’acqua. Se necessario, davanti a tutti il bicchiere da dessert, dietro a tutti, la flûte (possono essere aggiunti in un secondo tempo).

Il pane può essere servito in un unico contenitore, protetto da un tovagliolo o da un centrino: il pane più indicato è di piccolo formato, per non doverlo tagliare prima di servirlo. Si prende dal cestino appoggiandolo sul piattino del pane, in alto a sinistra, se l’apparecchiatura lo prevede, altrimenti si mette sulla tovaglia. E’ possibile abbinare anche piattini diversi dal servizio: d’argento, di vetro o di “pasta matta”, o anche piccoli cestini.

Saliera e pepiera devono essere facilmente raggiungibili. L’olio e l’aceto arriveranno in tavola solo quando saranno necessari.

L’acqua minerale si versa nelle caraffe, perché le bottiglie di plastica non risultano mai eleganti, il vino può essere versato in una caraffa, o meglio in un decanter, se sarà un vino rosso corposo che richiede una preventiva ossigenazione, o può restare nella bottiglia d’origine, se di un certo pregio.

Prevedete sempre un carrello di appoggio, soprattutto se non si dispone di un aiuto, sul quale troveranno posto tutte quelle cose che si pensa potranno servire: piatti di ricambio, un cestino con del pane supplementare, le oliere, posate in più ed eventualmente alcuni piatti già preparati.

A questo punto, è necessario comporre un menù: la sua regola principale, affinché sia equilibrato, è di realizzare un accordo tra la sua composizione e le particolari circostanze della riunione conviviale. Infatti, non deve essere solo corretto, gastronomicamente parlando, deve anche essere in sintonia con lo stato d’animo di chi invita e di chi è invitato, con la loro età e con il luogo in cui si svolge il convivio e con la stagione. Lasciatevi guidare dal senso del tempo che cambia nella scelta dei vostri piatti, offrite ciò che effettivamente presenta il mercato come prodotto del periodo, lasciando da parte primizie costosissime ed esotiche, prodotti surgelati, conservati, o di serra ma, soprattutto, non di stagione. 

Comporre un menù non significa preparare un’insieme di pietanze e bevande a caso, una dietro l’altra, ma significa creare un susseguirsi di sapori armonici, indipendenti ed equilibrati.

Aperitivo con stuzzichini: è l’annuncio di ciò che verrà a tavola, solitamente viene servito su di un tavolino a parte e l’idea è di iniziare con un aperitivo a base di succo fresco, centrifugato, di uva fragola e spumante secco, oppure fichi d’india centrifugati e spumante. Gli stuzzichini devono essere leggeri, freschi e possibilmente preparati in casa. 

Come primo piatto sarà perfetto un timballo di riso o una zuppa di funghi o una lasagna di stagione. Per secondo un arrosto in umido con purea di patate una tasca farcita.

Non potete non terminare con un delizioso dolce di castagne.

Buon lavoro e buon appettito,



Paola













sabato 25 maggio 2013

Rosalia Genchi

Come nasce la mia passione per la cucina? Domanda difficile! Forse è iniziato tutto da una grande amicizia nata sui banchi di scuola e seguita nella vita. L’amore a prima vista è stato della mia cara amica Paola, che purtroppo mi ha lasciato, nato e coltivato nei suoi soggiorni estivi in collegi svizzeri, i quali prevedevano la famosa “ora di cucina”. Tornata a casa, Paola mi faceva assaggiare i manicaretti che aveva imparato a preparare. Da parte mia forse l’input è venuto dai soggiorni che ho passato e continuo a passare d’estate nel Trentino Alto Adige. Sono stata diverse volte allieva della scuola di cucina di Hellrich a Merano. Con Paola, invece, ho frequentato i corsi del “Cordon Bleu”, a Roma, tenuti da Madame Jarrat. Fu lei stessa ad invogliarci a diventare insegnanti, così decidemmo di aprire a Bari, nel 1976, "La Scuola di Cucina".

In realtà fummo delle pioniere, perché aprimmo una scuola in una città del sud, dove ci si immagina che tutte le donne sappiano cucinare e bene. In effetti è così, da noi c’è la passione per la cucina e il buon mangiare mediterraneo, ma nonostante tutto abbiamo trovato sempre un grande interesse per le nostre lezioni.

Assieme abbiamo frequentato tantissimi corsi e scuole, in Italia e all’estero, a Venezia da Cipriani, a Parigi al Ritz, al Cordon Bleu e da Madame Broille.

Ho sempre lavorato con tanto entusiasmo e determinazione, per offrire alle mie allieve una preparazione e formazione gastronomica seria e completa. Ho affrontato il mio lavoro con professionalità e mi sono battuta perché non venisse considerato solo il diversivo di una casalinga. Mi sono impegnata per portare avanti valori importanti come la cultura gastronomica, le tradizioni della cucina di famiglia e non ultimo, per inculcare nei giovani il corretto e privilegiato utilizzo dei prodotti del proprio territorio.

Adesso il mio impegno di maestra si è ridotto, ma il mio bagaglio culturale è molto vasto e sono felice di poterlo condividere con quanti sapranno apprezzarlo e tramandarlo a loro volta. Perché il patrimonio culinario della nostra cucina di casa è troppo importante e non dobbiamo rischiare di perderlo.
                                                                                                     
                                                                                                                     Rosalia

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